<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%> La Nave di Carta
 

CONVERSAZIONE CON IL MAESTRO D'ASCIA

È dai tempi immemorabili che la costruzione delle navi è stata considerata al tempo stesso arte e scienza; non esiste un'altra disciplina provvista di basi così sicure e invariabili, e al tempo stesso, non c'è mai stata una nave uguale all'altra.
Il maestro d’ascia è un artigiano e un artista: progetta e costruisce aiutato da esperienze antiche, seguendo la tradizione e l’istinto. Spesso il maestro d’ascia costruisce “a occhio” con il solo aiuto dell’esperienza e della pratica acquisita attraverso le generazioni.
Il modello cresce nelle mani e nella testa dell'esecutore come se fosse una scultura. Il legno prende forma scolpito dall’ascia che è sia simbolo sia strumento di lavoro.

Quasi ogni giorno, a cena dopo il cantiere o durante i lavori, abbiamo raccolto la storia di Aurelio Martuscelli, erede di una tradizione di famiglia che risale all’Ottocento. Quelle che proponiamo qui di seguito sono le trascrizioni delle conversazioni.


Agosto 2006. Nel cantiere di Marina di Camerota


“Questa è l’ascia di mio nonno, passata a mio padre e poi a me. Io la darò a mio figlio”, così dice il maestro d’ascia Aurelio Martuscelli.


L’oggetto che abbiamo davanti è vecchio e logoro. Una solida consumata ascia da carpentiere. Come tutti i simboli che si rispetti sembra emanare una luce. Lo guardiamo come se stessimo guardando il sacro graal. Un po’ invidiamo Aurelio per questo oggetto che rappresenta un filo conduttore che unisce la sua vita a quella del padre, a quella del nonno e del bisnonno.
L’ascia è composta da una lama in ferro ricurva, consumata dal tempo e dalle centinaia di molature, infilata in un manico di legno.
Se gli oggetti avessero la possibilità di raccontare quello che hanno visto sarebbe bellissimo. Aurelio ci fa vedere anche l’ascia Grande, alta almeno un metro e dieci con una lama di quaranta centimetri.
“ Questa è per i legni grandi”. Non facciamo fatica a crederci.
Ci racconta di quando lui e il fratello andavano a segare i tronchi d’ albero per ricavare assi di fasciame. Un lunga sega doppia con due manici e due ragazzi: uno a cavallo del tronco e l’altro sotto in ginocchio a tirare. Ci volevano anche quattro o cinque giorni per segare tutto l’albero:
“Peggio era per quello che stava sotto. Dopo un po’ non senti più le gambe. Io lo so bene: siccome ero il più giovane mi toccava sempre la posizione più scomoda”.
Se dopo aver tagliato l’asse si scopriva che era tarlato per eliminare il problema si infilava nei buchi un filo di ferro arroventato con il quale si infilzava il tarlo.
“È l’unico modo che conosco per eliminare definitivamente il tarlo.”

Settembre 2006. Fezzano
Ci vuole una vita per diventare maestro d’ascia, anni di lavoro in cantiere sotto la guida di un maestro esperto.
“Avevo sette, otto anni quando ho cominciato a costruire i miei primi modelli di barche. L’ho fatto per gioco e per guadagnare qualche soldino. C’era un torrente dove i bambini andavano a far navigare le barche di legno, io le costruivo e poi le vendevo o le scambiavo per qualche oggetto che mi interessava.
Erano modelli piccoli. Quaranta centimetri di lunghezza al massimo, però erano costruiti come barche vere, con la chiglia, le ordinate, il fasciame. Andavo a lavorare in cantiere con mio padre che mi correggeva se sbagliavo, mi faceva vedere come fissare le strutture, come rifinirle, come armare la barca.”

Tre generazioni di maestri d'ascia: da sinistra Adamo, Massimo, Aurelio e Francesco Martuscelli.

Il padre di Aurelio, Francesco, ha imparato il lavoro da suo padre, Adamo,che a sua volta era figlio di un padrone marittimo di Castellamare di Stabia, in provincia di Napoli, che alla metà dell’Ottocento si trasferì più a sud.
Racconta il maestro Martuscelli: “La mia è una famiglia che ha sempre vissuto in mare. Il mio bisnonno aveva una barca da trasporto, arrivò a Marina di Camerota, trovò un porto naturale perfetto e nessuno che avesse una barca abbastanza grande per trasportare merci tra i paesi che si affacciavano sul mare. Le barche da trasporto, a vela ovviamente e senza motore, erano molto semplici: 18 o 20 metri al massimo, ponte con un solo grande osteriggio per il carico, filari alti per evitare che in navigazione entrasse acqua. A pieno carico si navigava con ¾ della barca sommersa. Sotto il ponte, per due terzi circa dello scafo, c’era la stiva per il carico, a poppa un piccolo spazio per il comandante mentre i marinai dormivano vicino al carico. Ciascuno aveva il suo posto e ne era geloso.
Il posto più ambito era sotto il cassero di prua, in genere lì ci stava il marinaio più anziano ; si mangiava pasta con aglio e olio, cucinata su dei bidoni dove veniva messo a bruciare legno o carbone, il fuocone si chiamava.
Gli equipaggi erano formati da cinque o sei persone al massimo e venivano pagati a percentuale sul carico venduto.
Il mio bisnonno fece fortuna, diciamo così, trasportando carichi da un paese all’altro della costa: carrube, carbone, legno, vino, olio. Quando la barca partiva tutti gli abitanti si presentavano al comandante con qualche richiesta di cose da trasportare. Uno solo navigava e tanti erano i problemi del paese.
Il cantiere Martuscelli lo aprì mio nonno che era padrone marittimo ed è stato il primo maestro d’ascia della mia famiglia.
In paese c’è ancora vivo uno dei suo marinai. Quando mi vede mi saluta dicendo. “Guagliò!Spagliolate!”. E’ una vecchia storia che la dice lunga su come andassero le cose in mare un volta.
Mio nonno aveva, tra le altre, anche una barca da pesca. Un grosso gozzo di sette metri a vela. Un giorno mentre erano in mare a pescare incrociarono una barca da trasporto di Messina che viaggiava con un carico di Marsala. I siciliani chiesero di poter comperare il pesce, mio nonno chiese in cambio del vino.
Purtroppo a bordo c’erano solo due vasi, al massimo una ventina di litri. Il baratto rischiava di rivelarsi poco conveniente per i pescatori.
Allora mio nonno diede l’ordine: “Guagliò! Spagliolate!”
Tutto quello che c’era sotto il pagliolo venne tolto e la barca venne caricata con litri e litri di marsala sfuso.
Le barche si salutarono e proseguirono ciascuna per la sua rotta.
Peccato che il marsala dopo poco cominciasse a liberare vapori che sommati a quello che sicuramente mio nonno e suoi marinai si erano bevuti li ubriacò completamente. Vagarono in mare per dieci giorni ubriachi fradici.
“ Guagliò! Spagliolate!” si poteva dire quando le barche erano a vela. Niente motore, sentina pulita. Ci si poteva caricare tutto, persino il vino sfuso.
A bordo di quelle barche c’era un ragazzino, secco secco, che aveva il compito di tenere sempre pulito sotto il pagliolo. U’ guaglione era una specie di pompa di sentina vivente. Era il primo gradino della carriera nautica”.

Al lavoro nel cantiere di Marina di Camerota

Settembre 2006. Fezzano
Il nonno di Aurelio avvia il cantiere di famiglia, diventa maestro d’ascia e dopo di lui il testimone passa al figlio Francesco e infine ad Aurelio.
L’apprendistato cominciato con le piccole barche giocattolo è lunghissimo.
Anno dopo anno le barche si fanno sempre più grandi, dai modelli ai primi interventi sulle barche vere, piccoli lavori di manutenzione, e infine il progetto e la costruzione di una barca.

Oggi Aurelio Martuscelli è uno dei pochi maestri d’ascia iscritti nei registri ufficiali che ha alle spalle una tradizione di tre generazioni.
Tra i lavori che ha diretto: il restauro veliero Ebe, già nave scuola della Marina Militare italiana. Conservata in pieno assetto di navigazione al Museo della Scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci di Milano è stata restaurata nel 1997.

Qualche anno dopo è stata la volta del Red Pirate, motoryacht costruito nel 1947 dal cantiere scozzese Silver progettato dall’architetto John Bain. Il restauro è stato realizzato nel cantiere Navalmare della Spezia.