|
13 gennaio -10 aprile
2008
IL DIARIO
Inizio settembre
28 settembre 2006
29 settembre – 5 ottobre
9 ottobre – 14 ottobre
18 ottobre – 25 ottobre
6 novembre - 9 novembre
10 novembre - 13 novembre
14 novembre -22 novembre
27 novembre - 30 novembre
01 dicembre - 08 dicembre
13 dicembre - 21 dicembre
02
gennaio - 12 gennaio
13
gennaio - 19 gennaio
20
gennaio - 26 gennaio
29 gennaio - 14 febbraio
15 febbraio - 03 marzo
04 marzo
- 31 marzo
01 aprile - 27 aprile
30 aprile – 19 maggio
21 maggio - 09 giugno
11 – 30 giugno
02 – 28 luglio
30 luglio– 31 agosto
01 - 23 settembre
24 settembre - 16 ottobre
17 ottobre - 10 novembre
11 novembre - 12 gennaio '08
13 gennaio
- 10 aprile '08
10 - 14 aprile '08
15 aprile - 15 maggio '08
giugno - dicembre '08
Sala macchine
Il nostro vecchio e fedele Perkins 150Cv turbo č stato completamente revisionato ed č pronto per tornare al suo posto (riverniciato di rosso fuoco) e continuare a fare il suo dovere. Naturalmente non ci vergogniamo di chiedere aiuto a tutti e questa volta č la Siman (una ditta esterna che esegue numerosi lavori per l’Arsenale)
che interviene con la sua gru per caricare il motore e i serbatoi inferiori
del gasolio. Appeso a uno dei tanti imbraghi artigianali che abbiamo visto
nel corso del restauro, il motore sale verso il cielo e scende sui nuovi supporti
regolabili che abbiamo costruito e posizionato in precedenza.
Grazie a questi supporti, regolare la posizione del motore per un buon
allineamento con la linea d’asse risulta un’operazione abbastanza
semplice e precisa, che comunque andrà ripetuta quando la barca
si sarà assestata in mare e dopo qualche settimana di navigazione.
Anche i due serbatoi inferiori sono entrati (prima del motore) nella
sala macchine e poi fissati saldamente a parete con cunei e puntali.
Gli interni
Prosegue anche l’allestimento degli interni: pensa, disegna, incastra,
progetta…gli interni di una barca fanno storia a sé. Ognuno
li vede dal suo punto di vista, chi usa la barca vede la funzionalità,
chi la barca l’ha dentro, nella testa e nelle mani come il maestro
d’ascia vede le forze, gli sforzi, i sostegni che devono necessariamente
essere presenti nella struttura. Conciliare tutte le esigenze non è facile.
La decisione finale riprende l’idea del corridoio centrale con
vani letto a destra e sinistra, senza cabine vere e proprie. Per le nostre
attività pensiamo sia l’ideale avere un ambiente comune
spazioso con tante cuccette e 2 bagni. L’equipaggio avrà il
suo alloggio separato con bagno privato.
Divisi gli spazi, si montano i pali di sostegno delle pareti divisorie
e le intelaiature dei materassi. Per i letti superiori opteremo invece
per brande estraibili.
Elica e timone
Con la linea d’asse accoppiata al motore, adesso montiamo l’elica
e finalmente è arrivato anche il momento di montare il nuovo timone,
opera degli amici congegnatori su disegno del maestro. Tutta un’altra
cosa: guardandolo bene, il vecchio timone non era che un divergente per
la pesca a strascico adattato a pala direzionale, mentre questo ha un
disegno studiato e, oltre a essere più bello da vedere, è senza
dubbio più idrodinamico. Speriamo che, messo alla prova, risponda
come previsto.
Il montaggio di assa e pala viene eseguito con la massima precisione
e sul dritto di poppa vengono anche saldate delle alette che hanno il
duplice
scopo di limitare la rotazione della pala e di impedire per il possibile
l’incastro di cime e reti.
La timoneria idraulica verrà montata in seguito, dovremo prima andarla
a prendere a Gaeta, smontandola da una barca in disarmo, il cui proprietario è gentilmente
intenzionato a regalarcela.
È
poi la volta di un’operazione che sa di antico. Scaldiamo della pece
e la coliamo lungo appositi fori per stagnare l’alloggiamento della
losca dell’asse. Altra pece liquida viene sparsa nella sentina
dello slancio di poppa per impedire il ristagno di eventuale acqua piovana.
Lo scafo
Finiamo di preparare e montare un’altra innovazione. Le lande non
attraverseranno più il capo di banda, ma verranno fissate all’esterno
di robuste fasce di legno che le terranno distanziate dallo scafo, come
si usava una volta. Abbiamo preso questa decisione nonostante comportasse
un lavoro abbastanza lungo e complesso, ma il risultato è veramente
bello e funzionale.
“Stucco e pittura fan bella figura” vale naturalmente anche per Oloferne
e certamente verniciare e pitturare è un lavoro che dà soddisfazione,
la fatica è ripagata da un risultato ben evidente. Finalmente Oloferne
comincia a mostrarsi nella sua forma migliore e già dalla prima mano appare
evidente che abbiamo scelto la pittura giusta; la qualità è ottima,
corposa ed elastica, si stende proprio bene; e il colore è proprio bello,
una via di mezzo tra il bianco latte e l’avorio chiaro, direi che abbiamo
proprio azzeccato il colore giusto.
Stucco e pittura fan bella figura, ma comunque prima c’è un bel
lavoro da fare. Lo stucco appunto, per isolare meglio i comenti calafatati e
livellare tutte le irregolarità grosse e medie delle tavole e dei tappi
delle viti. Stuccare significa mettere il primer, stendere lo stucco bicomponente
da riempimento, livellare, rimettere il primer, stendere lo stucco da finitura,
rasare, rimettere il primer. Lavoro lungo e noioso, che facciamo un po’ tutti,
commentando ciascuno il lavoro dell’altro e insegnando ciascuno agli altri
come “si stucca”.
La stessa cosa accade quando si comincia a pitturare con il bianco.
La pittura si stende in orizzontale o in verticale? Se si incrocia, si
stende prima in orizzontale o in verticale? Quante mani e quanto diluite?
Ennio, Lucone e Guido si dividono il lavoro e ognuno fa a modo suo, criticando
gli altri , sicuro di ottenere il risultato migliore. In teoria dovrebbe
risultarne la barca pezzata, ma in realtà non si nota alcuna differenza
tra i diversi metodi di lavoro. Evidentemente abbiamo comunque solo pittori
di alto livello. Chi ne esce un po’ provata è Fanja che,
essendosi messa a pitturare il mascone di dritta, si sente consigliare
in cinque minuti quattro metodi diversi di lavoro.
Riusciamo anche a segnare una linea di galleggiamento non solo nella
sua posizione originale, ma anche abbastanza dritta.
Qualche sorpresa ce la riserva l’antivegetativa,
che avrebbe dovuto essere nera e che invece è di un bellissimo
color cioccolato, un po’ fuori dal normale ma che però si
sposa benissimo con il colore dello scafo (coppa panna e cioccolato,
maligna qualcuno…).
Pochi giorni prima del varo ci ricordiamo anche dei applicare la sigla
di immatricolazione e la targa con il nome. Facciamo anche riparare i
due draghi in legno che stanno ai lati del nome e questa volta li montiamo
con le code verso il centro e le teste all’esterno, a protezione
del nome della nostra barca.
La coperta
Sopra i bagli e il doppio strato di compensato viene finalmente steso lo strato
superiore di doghe in teck.
Si comincia con il posizionare le mastre, cioè le fasce longitudinali
in mogano che dividono la coperta in zone dalla forma più adatta per
stendere le doghe. Le mastre hanno quindi funzione estetica, spezzando la monotonia
cromatica della coperta, ma anche tecnica, avviando e contenendo la curvatura
delle doghe. Le mastre laterali sotto la falchetta erano già state posizionate
qualche tempo prima; adesso è il turno della grande mastra centrale
e delle 2 mastre curve che danno questo bel disegno alla nostra coperta.
Mastre, osteriggi e tuga dividono la coperta in diverse
zone e le doghe vengono stese zona per zona.
Si tagliano le doghe in lunghezza approssimativa (abbondante), si posizionano
tutte e si segnano le lunghezze esatte. Si numerano, si tolgono, si stende
il primer, poi la gomma sul compensato sottostante e in fine si riposizionano
incollate.
Posati i listelli lasciamo passare qualche giorno per dare tempo alla
colla di tirare e poi cominciamo a gommare i comenti. Prima si mette
il primer a pennello in tutti i comenti, poi con una pistola ad aria
compressa e una a mano stendiamo la gomma centimetro per centimetro,
stando attenti a non lasciare spazi vuoti che potrebbero significare
vie d’acqua. Il Sikaflex è indubbiamente una grande invenzione,
ma non perdona e per qualche giorno siamo tutti regolarmente macchiati
di nero nei punti più impensati.
La fase finale sarà quella di levigare tutta la coperta, pareggiando
i dislivelli e asportando la gomma in eccesso. Questa sarà una
delle ultime operazioni, sia perché per il momento continueremmo
a sporcare e rovinare il teck, sia perché aspettando la gomma
si catalizzerà al meglio.
|