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28
settembre 2006
IL DIARIO
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Il treno sul quale viaggiava Aurelio, Reggio Calabria – Torino,
che di solito ha un ritardo medio di quattro ore con punte di
dodici, oggi è arrivato
con soli quindici minuti di ritardo, permettendoci di rispettare il
programma previsto. Non siamo superstiziosi ma non abbiamo potuto fare a meno
di
pensare : "buon segno".
È l’ottimismo della volontà che ci fa dimenticare
che il giorno prima il motorino d’avviamento della barca ha tirato
l’ultimo
respiro, cosa che ci ha obbligati a un intervento d’emergenza durato “solo” mezza
giornata.
È
come se la barca sentisse che è arrivato il momento di fermarsi.
Certo se non lo facesse di colpo sarebbe meglio.
A metà mattinata ci mettiamo in movimento per raggiungere la Base
Navale, il piazzale che ci è stato assegnato è nella
zona vicina al ponte girevole.
Dal porto di Fezzano è una manciata di minuti ma l’elica
incrostata ci impone la vertiginosa velocità di un nodo. Guardiamo
il panorama e cerchiamo di prevedere i problemi che potrebbero sorgere
durante la
manovra e che, puntualmente, si verificano.
Oloferne si sta comportando come una vecchia signora malata
che non vuole andare in ospedale, ci vorrà tutta la pazienza e
l’abilità dei
marinai della Base per aiutarci a ormeggiare.
Quando la barca si appoggia con delicatezza al solido pontone americano
non possiamo fare a meno di tirare un sospiro di sollievo. Il pontone
è una sorta di enorme chiatta dotata di un gru capace di sollevare
carri armati, rimorchiatori e piccole navi.
Adesso però deve sollevare e mettere in terra Oloferne.
Aurelio e i tecnici della Base si muovono come se avessero lavorato
insieme per una vita. È in questi momenti che la tanto abusata parola “professionalità” torna
ad avere un senso.
Oloferne viene appoggiata delicatamente sui tacchi dal lavoro coordinato
di un gruppo di persone che, pur non avendo mai lavorato insieme,
riconoscono le reciproche competenze, affrontano i problemi che
via via si pongono
con un sforzo comune. Il risultato è ottimo: Oloferne è in
terra.
Mentre avvenivano le manovre sul piazzale si è raccolto
un gruppo numeroso di persone, tecnici civili, marinai e ufficiali dei
diversi reparti
della Base. Il nostro maestro d’ascia ha coordinato le
operazioni con la consueta competenza, dal posizionamento delle
fasce ai movimenti
della gru del pontone. Ma a far salire le sue quotazioni tra
gli addetti della Base sono gli originali raschietti professionali
che costruisce
a tempo record con vecchie lame da pialla.
La sua teoria è semplice e parte da una banalissima constatazione: “Quando
ti fai la barba che fai? Tiri o spingi?”
La risposta è ovvia: “Tiri”
“Appunto. Quindi pure per levare le cozze si fa prima tirando che spingendo”.
I raschietti riproducono la lama curva di un rasoio da barba e incredibilmente
ci consentono di pulire la carena in tre ore contro le otto preventivate.
Un record.
La sera a cena ci divertiamo a progettare una produzione
industriale di raschietti per carena.
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