<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%> La Nave di Carta
 

IL DIARIO
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La parte finale della demolizione. Scopriamo il vero peso della zavorra. La grecalata.

Questa settimana affrontiamo la parte finale della demolizione e, come spesso accade, la fine si rivela la parte più difficile.

Cominciamo con il togliere la parte superiore della tuga di prua, segando le doghe di legno e tagliando i bagli di ferro, in modo da scoperchiarla quasi completamente. Le lamiere sono spesse e lavorare con il flessibile e i dischi da taglio è molto faticoso. D’altronde l’uso della fiamma ossidrica è reso poco vantaggioso dallo strato di ruggine presente quasi ovunque. Per limitare il numero dei tagli, dividiamo la tuga in pezzi abbastanza grandi e pesanti, che devono essere sbarcati a mano, con l’aiuto di un paio di paranchi.

Scoperchiata la tuga e tolti gli ultimi serbatoi, restiamo a guardare la sentina piena di pani di piombo: la famosa zavorra interna, il cui sbarco avevamo cercato di rimuovere dai nostri pensieri e che adesso non può più essere rimandato.
Proviamo a lavorare con due paranchi, uno per portare i pani di piombo (quelli piccoli da 18 kg, quelli grossi da 35 kg) dalla sentina al ponte, l’altro per calarli dal ponte a terra. Non funziona, anche posizionando diversamente i paranchi, il lavoro è troppo lento e complesso rispetto al risparmio di fatica. Alla fine ci rimbocchiamo le maniche e organizziamo la catena. Aurelio, Natale, Luchino e Marco: due dentro e due fuori, due che portano i pani sul ponte, due che li portano nella giusta posizione e li buttano a terra. Ci diamo spesso il cambio, lavoriamo sodo e, incredibilmente, in mezza giornata abbiamo finito, all’ora di pranzo circa 200 pani di piombo sono accumulati a terra. I muscoli ci fanno male, ma questa volta la forza bruta ha avuto la meglio su soluzioni tecniche alternative.


Poi bisogna togliere le ultime cose rimaste in coperta, la timoneria e le bitte di ormeggio di prua e di poppa. Anche qui le cose non vanno proprio lisce, perché naturalmente i perni non ne vogliono sapere di mollare, ma l’esperienza di Aurelio (dove e come piazzare le giuste mazzate) e il nostro motto “mai arrendersi” alla fine hanno la meglio.
Intanto arriva anche la prima prova seria della nostra copertura, un giorno e una notte di grecale forte. La sera Aurelio torna a casa dicendomi che sotto le raffiche la struttura vibra e si muove ma sembra reggere. Quel “sembra” naturalmente non ci fa chiudere occhio e passiamo  la notte a sentir soffiare il vento e a sperare. (La casa di Marco a Fezzano è diventata una specie di casa del marinaio, chi lavora in cantiere o dorme in barca o dorme a lì.)
La mattina dopo tutto è a posto, ma ci rendiamo conto che è necessario sigillare meglio le giunture dei teli e allestire dei tiranti fissati a terra da mettere in forza in caso di vento forte.
Le sigillature sono presto fatte, i tiranti dovranno aspettare un po’.
Al Marina di Fezzano dobbiamo ultimare almeno la verniciatura degli alberi, per poterli spostare e permettere il ricovero delle barche nel capannone. In un paio di giorno diamo le ultime mani e così verniciati sono proprio belli, lisci e brillanti, stesi a riposare sui cavalletti in attesa di quando faremo gli altri interventi alle basi e alle teste, prima di rialberare.
Si torna in Arsenale .
Piedi di porco e mazzette, sono questi gli attrezzi per  divellere le tavole della coperta che girano attorno alla struttura della tuga. La coperta è a due strati e naturalmente cominciamo da quello superiore. Qualche volta riusciamo a staccare e sollevare una tavola intera, altre volte la colla ha preso bene e la tavola si spezza. Aurelio e Marco  provano metodi di lavoro diversi, ma quelli del maestro si rivelano sempre (quasi sempre) più efficaci. Viene alla luce lo strato inferiore: tavole avvitate ai bagli che faranno sudare. Con i soliti attrezzi, cominciamo dalle tavole vicino alla tuga e pian piano togliamo tutto.
Sembriamo degli archeologi che si fermano a guardare cosa hanno rivelato i loro scavi. Nel nostro caso hanno rivelato che la cinta lungo le murate ha più zone marce di quanto sembrava e che quindi dovremo sostituire più parti del previsto. Inoltre, il profilo inferiore della tuga ha forma e sezione che rendono ancora più complesso il taglio della lamiera.
Nessun problema, per le murate provvederemo con un po’ di legno in più, mentre per il taglio della tuga Aurelio riprende in mano il suo flessibile e pezzo dopo pezzo, implacabilmente, porta a termine lo smantellamento.
Le parti sezionate di tuga vengono calate a terra una alla volta e la coperta finisce a pezzi nel contenitore dello smaltimento.
La barca è ormai completamente vuota, a eccezione dei due serbatoi del gasolio, che dovranno essere puliti molto bene prima di venire tagliati e sbarcati a pezzi. Rimane solo lo scafo, con gli spunzoni dei bagli e tutti gli elementi strutturali a vista, che con Aurelio passiamo in rassegna.
Il risultato è abbastanza soddisfacente. La struttura dell’opera viva è praticamente a posto, tranne alcuni punti della serretta superiore, marciti o spezzati da interventi sconsiderati. La cinta interna della murata invece è messa un po’ peggio, con qualche scalmotto e parte del capo di banda marci, ma in definitiva niente di grave, si tratta solo di un po’ di legno e di qualche giorno di lavoro in più.
Aurelio e Natale tornano a casa per qualche giorno, lasciando il resto della squadra alle prese con le pratiche amministrative e burocratiche. Marco alle prese con il budget, Il rosso deve studiare per passare l’esame per la patente nautica, Lucone deve rimettere in acqua la sua barca,
Gli esami, come i lavori non finiscono mai.