<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%> La Nave di Carta
 

04 – 31 marzo


IL DIARIO
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La giornata delle riprese di Pianeta Mare è davvero di quelle da ricordare. Salpati da Fezzano con tutta la troupe a bordo di Mariangela, accostiamo a un mezzo della Marina, prendiamo a bordo il Com. Reisoli di Maridipart la Spezia ed entriamo via mare nella Base Navale con la nostra piccola barca di legno, un po’ sperduta e un po’ orgogliosa della sua eleganza in mezzo alle grandi e severe navi da guerra. Ormeggiati alla banchina vicino al cantiere di Oloferne, iniziano le riprese a terra e la giornata si snoda tra prove, istruzioni ai ragazzi, arrivi dei materiali, cambiamenti di programma, ripetizioni continue delle riprese. Per tutti noi è un mondo nuovo, siamo un po’ frastornati e non sappiamo se siamo all’altezza di quanto si aspettano da noi. Siamo anche un po’ emozionati nel sapere che la nostra barca e il nostro lavoro saranno visti e giudicati da un pubblico numerosissimo; non siamo del parere “non importa come, basta che si parli di noi”, vorremmo che se ne parlasse bene.
I ragazzi della troupe sono dei veri professionisti e sono loro che riescono ad adattarsi alla nostra realtà e ai nostri limiti. Sono simpatici, pazienti e disponibili, la presentatrice è sempre di buon umore e affascina tutti, riusciamo a superare bene anche la preoccupazione di vederla usare con disinvoltura l’ascia di Aurelio su un’ordinata da modellare.
Alla fine tutto funziona bene e lasciamo la Base a bordo di Mariangela per le ultime riprese in mare.

Smessi i panni degli attori, riprendiamo il nostro lavoro e ci dedichiamo alle ordinate e serrette da sostituire.
Ben presto ci rendiamo conto che il lavoro è più complesso e lungo del previsto. Non tutte le ordinate si smantellano facilmente, alcune hanno pezzi molto duri, oppure si trovano in posizioni che rendono molto difficile lavorare di martello e scalpello, per non parlare dell’eliminazione dei vecchi chiodi arrugginiti. Si procede lentamente e quando arriva la sera, nonostante la stanchezza, sembra di aver fatto ben poco.

Lo smantellamento delle ordinate e delle serrette.


Torna alla ribalta anche il problema del legno. Quando non è strettamente necessario, preferiamo evitare la lavorazione in lamellare, soprattutto dove non è possibile comprimere a sufficienza i listelli; sarebbe un lavoro troppo lungo e di scarsa affidabilità. Quindi si ripresenta il problema degli storti e passiamo ore e ore a spulciare le cataste di legno di rovere di Rao, per individuare le tavole con la venatura abbastanza curva da permetterci di ricavare delle ordinate della giusta forma.
Smantelliamo anche tutte le parti di serrette da sostituire e tagliamo in forma altre tavole di iroko.

Nuove ordinate e serrette.

Anche in questa fase ci sono da costruire dei pezzi un po’ particolari e Aurelio ricava un bellissimo madiere di rinforzo della poppa dall’incastro perfetto ed elegante di due pezzi separati; in questo modo, il madiere ha la forma più adatta per aderire perfettamente ai fianchi dello scafo e la venatura è distribuita in modo da ottenere la massima robustezza.
Nasce anche una nuova sesta per le ordinate. Si tratta di un pezzo di quadrello di ferro piegato con la curvatura media di riferimento nel quale sono inserite tanti perni; appoggiando il quadrello allo scafo e regolando la lunghezza dei perni in modo che tutti tocchino il fasciame, si ottiene la linea di curvatura precisa da tracciare sulla tavola di rovere per ritagliare l’ordinata.

Il madiere “composto”.
La sesta regolabile.

Una volta posizionate tutte le ordinate e serrette nuove, cominceremo a fissarle definitivamente con perni e viti, poi dovremo tappare tutti questi fori, oltre a quelli dei vecchi chiodi che abbiamo eliminato. È quindi necessario portare a legno tutta l’opera viva, terminando il lavoro di raschiatura che inizialmente avevamo limitato ad alcune parti essenziali.
Armati di apposita maschera, cannello del gas e raschietto, sfruttiamo le ultime ore della giornata, in modo che i vapori velenosi abbiano tutta la notte per dileguarsi dalle finestre. Non è certo un lavoro divertente ma, alternandoci a coppie e lavorando di buona lena, in pochi giorni ripuliamo l’opera viva da tutti i vecchi strati di antivegetativa e portiamo lo scafo a legno.

La raschiatura dell’opera viva.


Il tempo scorre inesorabile e noi accumuliamo ritardo in questa fase di lavori strutturali imprevisti che, oltre alle difficoltà proprie del lavoro, vedono sorgere altri problemi collaterali.
Il problema del materiale. Per fissare le nuove parti strutturali servono le famose viti da legno così difficili da trovare e ne servono molte di più di quello che sembrava all’inizio. Servono anche molti perni, di tipo e lunghezza ben precisi se vogliamo eseguire un lavoro come si deve e non approssimativo. Bene, naturalmente è tutto materiale praticamente introvabile. Ci soccorrono gli amici in zona e l’arte di arrangiarsi. Una parte dei perni riusciamo a procurarcela e se non sono della misura giusta li accorciamo e li filettiamo a mano, o per mezzo di una vecchia macchina di Moroni riportata in vita per l’occasione. Quello che non troviamo ce lo fabbrichiamo con tondini e piattine di acciaio, al tornio e con la saldatrice. Cercando in tutti i posti possibili e immaginabili recuperiamo anche una prima parte delle viti.
In tutta questa fase è determinante l’aiuto di Moroni, per il quale Aurelio, nelle ore e nei giorni in cui non possiamo accedere al cantiere, sta costruendo la nuova lancia a vela del Comandante del Palinuro. Con la ditta Moroni si è realizzato un sodalizio che speriamo prosegua nel tempo.